"Ucraina " quarto capitolo

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Testo: "Ucraina " quarto capitolo
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Ucraina 4 capitolo

Ricordo benissimo il giorno in cui Analiù si fece viva. L'avevo attesa con impazienza, controllando il cellulare ogni ora, sperando in un suo messaggio sulla nuova scheda ucraina. Finalmente, arrivò.

"Ciao bel ragazzo, visto? Ho fatto quella vacanza che mi consigliavi di fare."

Una vacanza che avrebbe dovuto fare con le sue figlie, Irina e Irena, e il suo compagno. Avevano rinunciato per paura della guerra; anzi, il suo compagno l'aveva liquidata con cinismo: se ci fosse rimasta secca, avrebbe venduto tutto e sarebbe andato a vivere ai Caraibi. Lui voleva che Analiù rinunciasse, ma lei era partita lo stesso.

"Ciao cara, come stai? Finalmente ti sei ricordata di me!" le scrissi.

Lei, con una faccina sorridente, rispose all'istante, e il tono era euforico, quasi liberatorio: "Non immagini come mi sto riposando. Mi sveglio quando voglio, faccio colazione con calma ed esco di buon'ora. Mi preparo il pranzo da sola, se ho voglia, altrimenti mangio in quel locale proprio sotto casa. Le serate le passo con qualche amica, vado dove mi pare e piace, senza rotture di scatole. È stata una settimana fantastica, ne avevo davvero bisogno: mi sono ricaricata, sono stata spensierata."

La frase successiva mi colpì in pieno, pur essendo una dolce carezza: "Non ti nascondo che in questi giorni ho pensato a te, mio unico fedele amico e mezzo spasimante. Scusami se non ti ho scritto prima, ma non ho avuto tempo. In questi giorni ho trascorso molti pomeriggi con Nadhan, la ragazza marocchina che vive in Italia, e stasera viene a cena da me. Le ho preparato i tortelli verdi; che fatica stendere la pasta a mano! Dai, vieni anche tu che te la presento, così ti innamori di lei e non mi tormenti più."

Quel messaggio, arrivato dopo una settimana di silenzio, mi fece sentire un idiota. Non riuscivo a capire la sua leggerezza. Invece di parlare di noi, mi raccontava di Nadhan, come se l'idea di me, o di noi, non la toccasse minimamente. Avvilito, le risposi con un'accusa amara:

"Io sono qui che aspettavo la tua chiamata mentre tu ti divertivi e andavi a spasso con una che vuole scopare tuo fratello? Attenta che questa scopa anche te."

Analiù mi rispose con un secco , interruppe la conversazione e si scollegò da WhatsApp. Passai una notte intera a cercare di ricollegarmi con lei, provai a chiamarla, a inviare videomessaggi, ma non rispondeva.

Poi, verso le undici del giorno dopo, arrivò un messaggio freddo e conciso:

"Non la rivedrò più, va bene così?"

Fui colto da un'emozione contrastante: ero felice, ma subito dopo mi sentii in colpa. In fondo, non stava facendo nulla di male. Chi ero io per dirle chi frequentare? Non ero suo fratello, né il suo compagno, nemmeno il suo amante, ma solo un dannatissimo amico invaghito di lei, o meglio, del suo modo di essere.

Quando arrivò il secondo messaggio, però, capii che le mie preoccupazioni non erano così infondate:

"Comunque è una donna gradevole, ho passato una bellissima serata con lei, sono stata bene e mi ha fatto molto ridere. Tu mi hai sempre detto che devo socializzare, che è importante avere un'apertura mentale, che è istruttivo e arricchisce culturalmente avere amicizie con persone di altri luoghi. Come mai, hai cambiato idea? Non sarai mica geloso o non hai fiducia in me, tesorino?"

Rimasi ammutolito, senza le parole giuste per esprimere la mia ansia. Imbarazzato, le risposi: "Pensavo che volessi andare in Ucraina per vedere i tuoi familiari, non per conoscere una che abita in Italia e, per di più, poco distante da noi." Ero imbestialito e in difficoltà. Sentivo che qualcosa stava cambiando in lei, una distanza che non capivo. Quasi per scappare dalla verità, mi scollegai. Poi, pentito del gesto, la telefonai.

Non fu affatto una bella chiacchierata, anzi, fu la nostra prima, vera litigata. Non ce la feci più a contenermi, allora mi dichiarai apertamente.

Lei, tra le lacrime e con una voce tremante, mi rispose: "Sono andata da uno psicologo, uno stimato professionista e amico di famiglia, per un supporto. Vorrei risolvere i miei tormenti, che mi aiutino a superare queste preoccupazioni che non mi fanno vivere serena e mi demoralizzano. Con tutta franchezza, non mi sembra bravo e incisivo come te. Tu ci riesci con naturalezza, senza girarci intorno, con te sto bene sul serio. Comunque spero che il dottore mi aiuti a fare una scelta coerente per me e per chi mi sta accanto, te compreso."

Non era la risposta che cercavo, ma ero contento di essere considerato un buon amico e un confidente prezioso. Eppure, la questione di Nadhan continuava a tormentarmi, sollevando dubbi su quell'amicizia casuale.

Le risposi, cercando di ricondurla a sé stessa: "Sono contento che tu sia nel tuo paese e ti sia trovata bene con te stessa. Al di là della bella straniera che, come hai detto, è stato pure un bel momento, al di là della vacanza, al di là di tutto, credo ci sia una vocina dentro di te che dice: 'Rilassati, fai quello che vuoi in libertà.' Personalmente, sono felice che tu abbia un'amica con cui confrontarti e uscire, ma attenzione: è una persona che non conosci; non puoi metterla sullo stesso piano dei tuoi familiari e amici di una vita. Non è necessario lo psicologo. Tu devi solo decidere. Sei una donna eccezionale, complimenti davvero di cuore. Non so se sei consapevole, ma hai fatto una cosa grande: ti sei distaccata, hai preso le distanze. Ora hai la possibilità di guardare la questione da fuori, e la cosa fantastica è che lo hai fatto da sola. Non credo sia giusto rinunciare all'amore per sé stessi. Non è giusto rinunciare a te stessa. Se stai bene con me, non cercare altrove, e poi questa Nadhan che nemmeno la conosci."

Restò lì ad ascoltare in silenzio, poi mi disse: "La vedo sabato sera a cena a casa di mio fratello, ma so già che non mi farà più l'effetto emozionalmente devastante che mi ha fatto prima; poi ti dirò."

Non era più la stessa. Non riuscivo a capire se era colpa di quella strana amicizia o del mio comportamento troppo pressante, ma la sentivo distaccata e fredda.

“Quando si ritorna, mai nello stesso punto”

Poesia tratta da Poes.I.A.

di Salvatore Ambrosino

Le risposi, focalizzandomi sulla sua forza: "In ogni caso, tu hai fatto quello che volevi fare e, soprattutto, quello di cui avevi bisogno, senza cedere a ricatti morali o emotivi. Il tuo compagno voleva che tu cancellassi tutto, ma tu non lo hai fatto, e sei andata da sola. Questa è la dimostrazione che sei una donna forte e puoi decidere senza compromessi o paure. Tu sei il centro di tutto e di te stessa; continua ad esserlo sempre. Se ci dislochiamo da quel centro, diventiamo nevrotici. Tu sei una donna speciale che sa riconoscere quello che desidera, e hai i mezzi per farlo, a prescindere dall'andazzo matrimoniale. Quando una persona cresce, non può continuare a indossare gli stessi vestiti di prima. Sono stretti, fanno male. Tu sei cresciuta. Quello che conoscevi non ti sta più addosso. So benissimo che la nostra cultura, con rituali come il matrimonio, ci costringe a rimanere sempre dove siamo. È innaturale, non funziona così. Io sono tra quelli che si ribellano e, nonostante ami la mia famiglia, non mi nego 'ore d'aria' che mi permettono di ossigenarmi e rigenerarmi senza togliere nulla a nessuno. La vita è cambiamento perpetuo."

Il suo tono si fece più serio e maturo, quasi da consigliera: "Caro giovanotto, amico mio fedele, il fatto di provare interesse per me credo sia qualcosa di passeggero. Può essere il risultato della routine nella tua relazione di coppia. Secondo me, quello che ti succede è che ti manca la sensazione di innamoramento. Credo che sia giunto il momento di valutare ciò che potresti perdere. Io sono volubile, non potrò mai darti stabilità o quello che cerchi."

"Io amo la tua anima, il tuo pensiero, e so benissimo che non potrò mai amare il tuo corpo, ma questo amore platonico mi basta se è un modo per non perderti per sempre."

Più parlavo, più la sentivo distaccata. La sua risposta successiva fu la più dura: "Ti prego, pensa alla tua vita senza di me. È probabile che la tua relazione sia agonizzante; allora lotta per risolvere l'insoddisfazione e ricreare la scintilla. Credo che la soluzione migliore sia parlarne con lei; è importante essere sinceri con tua moglie. Dille la verità, che la vostra relazione è in pericolo e che stai iniziando a provare interesse per altre persone. Lo sai che in questi casi bisogna rischiare, e io non me la sento, non ho una motivazione né l'età. Anche se noi ci divertivamo molto, avendo un carattere simile, e abbiamo un'intesa formidabile; sei veramente la mia anima gemella. Mi piacerebbe sapere se lo fossi anche a letto. Ti ricordi che durante il lockdown facevamo di tutto per vederci e che ti eri invaghito di me? E quando ti chiesi se eri disposto a lasciare la tua famiglia, sei sparito per una settimana. Non te l'ho mai fatto pesare perché piace anche a me averti come amico; mi piace mantenere questo fantastico rapporto di complicità confidenziale. Possiamo vederci per un caffè, anche se ho paura che tu possa nuovamente invaghirti di me e si ritorni al punto di prima. Non credo ci sia futuro, però non voglio perderti, amico mio."

Fu una batosta emotiva che mi lasciò senza respiro. Lei ovviamente lo capì e mi rianimò con una sfida:

"Giochiamo?" "Giochiamo," le risposi, senza più pensare a null'altro.

"Analiù, sei felice?" "Con te, molto." "Ti è piaciuto?"

"Non voglio più giocare con te, sei pericoloso, perché dobbiamo sempre dire e ridire e cadiamo sempre nella stessa cosa. Questo non è amicizia, questa è perversione." "Tu chiamala come vuoi, ma sai benissimo cos'è." "È cos'è?" "Chiedilo al tuo cuore." "L'ho chiesto a te." "Lui ti darà la risposta." "No, dimmelo tu."

"Se è quello che provo io, è amore, passione, desiderio, ma anche rispetto per te, che so che hai timore di un coinvolgimento e questo ti spaventa molto. Non dovresti; stai tranquilla, anch'io ci tengo a non fare casini e a non mettere a rischio le nostre famiglie."

"Ti prego, amico mio, non entriamo troppo nel bosco, altrimenti non riusciamo più a uscirne. Adesso ci divertiamo, ma dopo possiamo diventare pecore smarrite."

"Analiù, cosa vuoi dire con queste metafore? Quando due persone camminano sul ghiaccio sottile, devono stare attenti che non arrivino i lupi, perché il ghiaccio si può rompere. Tu pensi che due persone, per stare insieme e dar sfogo alla loro passione, debbano per forza essere amanti e mettere a rischio le proprie relazioni stabili? Credo che due persone che si desiderano possano stare insieme occasionalmente senza complicarsi la vita, senza rischi, apparendo buoni amici come lo si è comunque. Quindi, anche se arrivano i lupi, rischiano loro di rompere il ghiaccio e cadere nelle acque gelide."

"Sei molto dolce, tu parli sempre per domani, ma io sono qui adesso con te e voglio parlare di oggi, di questo momento. Non mi interessa quello che succede domani, non ci credo al domani, sono solo."

"Io scrivo quello che provo: una forte attrazione, desiderio, tutto questo dal primo giorno che ti ho visto. Nutro ogni giorno il desiderio di averti. Per te è una, per me no, assolutamente. Ti desidero sempre di più, vorrei averti qui e baciare le tue labbra carnose, sentire il calore della tua intimità e assaporare la tua voglia di avermi. Questo desiderio mi assale ogni istante del giorno e soprattutto adesso, in questo istante."

"Non capisci niente di sentimenti, sei uno stupido e credo anche pervertito, mio dolce amico, ti voglio bene."

Il messaggio arrivò con l'ora esatta della spedizione, ma sembrava uscito da un tempo lontano, distorto, come se un'antica campana avesse appena suonato un rintocco finale. Pervertito. Era una condanna, certo, ma detta con quel "mio dolce amico" e quel "ti voglio bene" finale, suonava più come una resa. Come se avesse dovuto appiopparmi un'etichetta brutta per difendersi da qualcosa che, in realtà, desiderava.

Non risposi. Non c'era nulla da dire. Tutta la mia logica, le mie metafore sul ghiaccio, le mie teorie sul cambiamento e sulla libertà, erano state spazzate via da una singola parola: adesso. Analiù viveva nell'istante, non nel domani che io mi ostinavo a costruire per noi.

Restai lì, in silenzio, fissando lo schermo luminoso del telefono. Vedevo la sua icona verde, accesa. Era ancora online, dall'altra parte del mondo, eppure così vicina. Potevo quasi sentire il suo respiro, la tensione che le vibrava addosso dopo aver confessato (o negato) l'indicibile.

Fuori era notte fonda in Italia. Una notte fredda e quieta, che non portava alcun sollievo. Mi sentivo svuotato, ma stranamente chiaro. Analiù mi aveva dato un giudizio duro, ma nel farlo, mi aveva anche liberato dal peso di dover fingere che fossimo soltanto amici. Ero il suo "mezzo spasimante," il suo "pervertito," la sua "anima gemella" che voleva portarla nel bosco.

Mi alzai, muovendo i piedi sul pavimento gelido della stanza. Il ghiaccio sottile di cui avevo parlato si era rotto. Non sotto il peso dei lupi, ma sotto il peso delle parole non dette, del desiderio che non riuscivamo più a confinare.

Guardai di nuovo il telefono. L'icona verde di Analiù era scomparsa. Si era disconnessa.

Va bene. Vuoi giocare solo oggi, Analiù? Vuoi il presente senza il futuro?

Mi lasciai cadere sul letto, la testa contro il cuscino. Se la vita era cambiamento perpetuo, come le avevo detto, allora avrei accettato il suo gioco. Ma sapevo, con una certezza che mi bruciava nelle ossa, che da quel momento in poi, l'amicizia era finita. Eravamo solo due persone che camminavano su un filo sottile, sapendo entrambi che la caduta non era un rischio, ma solo questione di tempo.

Il messaggio arrivò con l'ora esatta della spedizione, ma sembrava uscito da un tempo lontano, distorto, come se un'antica campana avesse appena suonato un rintocco finale. Pervertito. Era una condanna, certo, ma detta con quel "mio dolce amico" e quel "ti voglio bene" finale, suonava più come una resa. Come se avesse dovuto appiopparmi un'etichetta brutta per difendersi da qualcosa che, in realtà, desiderava.

Non risposi. Non c'era nulla da dire. Tutta la mia logica, le mie metafore sul ghiaccio, le mie teorie sul cambiamento e sulla libertà, erano state spazzate via da una singola parola: adesso. Analiù viveva nell'istante, non nel domani che io mi ostinavo a costruire per noi.

Restai lì, in silenzio, fissando lo schermo luminoso del telefono. Vedevo la sua icona verde, accesa. Era ancora online, dall'altra parte del mondo, eppure così vicina. Potevo quasi sentire il suo respiro, la tensione che le vibrava addosso dopo aver confessato (o negato) l'indicibile.

Fuori era notte fonda in Italia. Una notte fredda e quieta, che non portava alcun sollievo. Mi sentivo svuotato, ma stranamente chiaro. Analiù mi aveva dato un giudizio duro, ma nel farlo, mi aveva anche liberato dal peso di dover fingere che fossimo soltanto amici. Ero il suo "mezzo spasimante," il suo "pervertito," la sua "anima gemella" che voleva portarla nel bosco.

Mi alzai, muovendo i piedi sul pavimento gelido della stanza. L'aveva detto: non voglio perderti, amico mio. Ma l'aveva detto solo dopo avermi detto di tornare da mia moglie. Voleva l'impossibile: il mio amore platonico, le mie ore d'aria, la mia intesa, senza il rischio del corpo, senza il rischio del caos.

Presi un profondo respiro, sentendo i polmoni riempirsi dell'aria immobile della notte. Il ghiaccio sottile di cui avevo parlato si era rotto. Non sotto il peso dei lupi, ma sotto il peso delle parole non dette, del desiderio che non riuscivamo più a confinare.

Guardai di nuovo il telefono. L'icona verde di Analiù era scomparsa. Si era disconnessa.

Va bene. Vuoi giocare solo oggi, Analiù? Vuoi il presente senza il futuro?

Mi lasciai cadere sul letto, la testa contro il cuscino. Se la vita era cambiamento perpetuo, come le avevo detto, allora avrei accettato il suo gioco. Ma sapevo, con una certezza che mi bruciava nelle ossa, che da quel momento in poi, l'amicizia era finita. Eravamo solo due persone che camminavano su un filo sottile, sapendo entrambi che la caduta non era un rischio, ma solo questione di tempo.

Non riuscii a dormire. Alle prime luci dell'alba, quando il grigio della notte si tinse di un malaticcio giallo-rosa, presi il laptop e aprii un nuovo documento. Non per scriverle, ma per scrivere a lei. Una lettera che non avrebbe mai dovuto leggere.

Iniziai a digitare, le dita che tremavano leggermente.

Analiù, mi hai chiamato pervertito. E forse lo sono, se la perversione è desiderare la totalità, l'anima e il corpo, la conversazione e il caos, il quieto angolo dell'amicizia e la bruciante, onesta passione che ci portiamo addosso.

Non capisci, o fingi di non capire, che il tuo "adesso" è la cosa più pericolosa di tutte. L'adesso senza conseguenze, l'adesso che si nasconde dietro un caffè o una chiacchierata notturna. Tu vuoi l'elettricità del rischio senza il prezzo dell'incendio. Vuoi il sapore della libertà, ma solo finché non ti costringe a lasciare la tua gabbia dorata.

Quando mi hai parlato di Nadhan, non ero geloso della ragazza marocchina. Ero geloso della tua leggerezza. La tua capacità di staccare la spina e trovare conforto in un'estranea a pochi chilometri da casa, mentre io, il tuo "unico fedele amico e mezzo spasimante" che ti è rimasto accanto per un anno, ero confinato in una scatola etichettata "platonicamente sicuro".

Mi hai chiesto di pensare alla mia vita senza di te. L'ho fatto. È più silenziosa, certo. Ma non più onesta. E questo è il mio dramma. Tu hai un marito che ti ama a modo suo e uno psicologo. Io ho solo la tua assenza che risuona più forte di qualsiasi presenza. Mi hai detto di risolvere il mio matrimonio, di essere sincero con mia moglie. Ed è vero, dovrei. Ma come posso dirle che la amo, quando il mio cuore, la mia anima gemella, mi ha appena chiamato "pervertito" da un paese in guerra, chiedendomi di non essere più ciò che sono?

Il ghiaccio si è rotto, Analiù. Non per un lupo. Ma perché siamo rimasti troppo a lungo a misurare dove fosse sicuro appoggiare il piede, dimenticandoci che camminare è rischiare di scivolare. Ora siamo nell'acqua gelida, tu ti aggrappi alla tua stabilità e io alla mia onestà. E in quell'acqua, l'amicizia è annegata. Non ti perderò, perché non posso perderti. Ti terrò a distanza di un messaggio, di una poesia, di un gioco pericoloso. Ma il vero me, quello che desidera le tue labbra carnose e il caos, quello ti ha già lasciato partire.

Chiusi il documento senza salvarlo, cancellandolo per sempre. Era il mio atto di ribellione finale: aver parlato la verità, anche se solo al vento freddo di un file non salvato. Ora ero pronto ad affrontare il giorno, e il gioco. Aveva ragione lei: la vita è solo adesso. E il mio "adesso" era un silenzio assordante, in attesa del suo prossimo messaggio, di un altro passo sul filo sottile che si era appena trasformato in un abisso.

“Amico mio”

Poesia tratta da Poes.I.A.

di Salvatore Ambrosino

"Ucraina " quarto capitolo testo di Ambro
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